AVV. LUCA CARRESCIA
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Di cosa risponde chi offre denaro agli agenti per evitare l’alcooltest?


La difesa dell’imputato propende, in luogo dell’istigazione alla corruzione, verso il più lieve oltraggio a pubblico ufficiale. Chi ha ragione?

L’imputato impugna per Cassazione la sentenza della Corte di Appello dell’Aquila con cui veniva confermata la pronuncia di primo grado, resa innanzi al Tribunale di Pescara che lo condannava alla pena di due anni di reclusione per il reato di cui all’art. 322 c.p., II comma e aggravanti.

Tale figura delittuosa, rubricata “istigazione alla corruzione” sanziona chiunque offre o promette denaro o altra utilità non dovuti ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di pubblico servizio per l’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, qualora l’offerta o la promessa non sia accettata.

Nella fattispecie concreta, l’uomo, alla guida del suo autoveicolo durante un sinistro in cui era rimasto coinvolto, istigava gli agenti intervenuti ad omettere nei suoi riguardi la procedura di verifica dello stato di ebbrezza alcolica offrendo loro la somma di 200 Euro, non accettati, ed usando violenza e minaccia onde impedire il compimento dell’accertamento.

I Tribunali di primo e secondo grado annoveravano la condotta dell’imputato nel disposto del secondo comma del suddetto articolo, il quale punisce con una pena più lieve chi effettua la promessa al fine di omettere o ritardare un atto di ufficio o a commettere un atto contrario ai suoi doveri.

Ricorrendo per Cassazione, la difesa dell’imputato denuncia violazione di legge e vizio di motivazione sul presupposto che nel caso specifico non potevano sussistere i presupposti del reato di istigazione alla corruzione: stante che l’uomo si trovava in palese stato di ebbrezza alcolica, mai gli agenti avrebbero potuto ritenere seria e credibile l’offerta ricevuta.

Per il difensore, la condotta in questione è al più ascrivibile alla differente fattispecie di oltraggio a pubblico ufficiale di cui all’art. 341-bis c.p., il quale punisce chiunque in un luogo pubblico o aperto al pubblico e in presenza di più persone, offende l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto di ufficio e a causa o nell’esercizio delle sue funzioni.

Nel rigettare il ricorso, manifestamente infondato, la Cassazione riepiloga i principi essenziali in materia di istigazione alla corruzione, secondo cui:

a) il reato si configura con la semplice condotta dell’offerta o della promessa di danaro o di altra utilità, purché seria, potenzialmente e funzionalmente idonea ad indurre il destinatario a compiere un atto contrario ai doveri di ufficio, tale da determinare una rilevante probabilità di causare un turbamento psichico nel pubblico ufficiale, sì che sorga il pericolo che egli accetti l’offerta o la promessa;

b) l’idoneità della condotta va valutata con un giudizio "ex ante" che tenga conto dell’entità del compenso, delle qualità personali del destinatario e della sua posizione economica e di ogni altra connotazione del caso concreto, con esclusione del reato soltanto se manchi la idoneità potenziale dell’offerta o della promessa a conseguire lo scopo perseguito dall’autore per l’evidente quanto assoluta impossibilità del pubblico ufficiale di tenere il comportamento illecito richiestogli.”[1]

Nel caso in analisi forte rilievo era stato dato dai Giudici dei precedenti gradi alle modalità in cui l’offerta veniva effettuata, ovvero in un contesto in cui l’imputato aveva provocato un sinistro stradale, era già stato sottoposto ad un accertamento dello stato di ebbrezza e, alla richiesta di un secondo controllo proponeva la suddetta cifra con atteggiamento spavaldo e mirato ad ostentare le proprie possibilità economiche.

Il ricorso viene pertanto respinto in quanto inammissibile. [2]

[1] Cass. Pen. Sez. VI, Sent. n. 2716 del 30/11/1995; Cass. Pen. Sez. VI, Sent. n. 21095 del 25/02/2004

[2] Cass. Pen. Sez. VI, Sent. n. 46015/18 dep. 11/10/2018.

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